Calendario romano, affresco della villa di Nerone ad Anzio, del 60 a.C. circa, prima
dell'avvento del calendario giuliano. Da notare la presenza di una settimana da otto giorni
(lettere latine A-H) dei mesi Quintilis ("QVI") e Sextilis ("SEX"), oltre al mese intercalare
("INTER") nell'ultima colonna a destra: sono visibili anche le none ("NON"), le idi ("EIDVS") e
le lettere nundinali. Sul calendario sono inoltre evidenziate le festività: per esempio, il 27
agosto (lettera C di sextilis) sono riportati i Volturnalia mentre il 19 ottobre (lettera E di
october) è riportato l'Armilustrium. In basso sono visibili i giorni totali del mese: XXXI,
XXIX, XXIIX (febbraio) e XXVII (intercalare).
Calendario di pietra con tre mesi su ogni lato
Per riportare il calendario al ritmo naturale delle stagioni, l'astronomo egizio Sosigene di
Alessandria (I sec. a.C.), insieme a Gaio Giulio Cesare (100 a.C. - 44 a.C), riformò il
calendario di Romolo «che già da tempo, per colpa dei pontefici - mediante l'abuso di inserire
giorni intercalari - era talmente scompigliato, che il tempo della mietitura non cadeva più in
estate e quello della vendemmia non più in autunno. Regolò l'anno sul corso del Sole» (Svetonio,
Cesare, 40).
Esso fu promulgato nel 46 a.C. da Giulio Cesare (calendario giuliano), in quanto Pontefice
Massimo.
Venne eliminato il mese di mercedonio portando la durata a 365 giorni introducendo l’anno
bisestile svincolandolo dal mese lunare e di conseguenza essi non avevano più corrispondenza con
le fasi lunari, perciò i noviluni non si ripetono (anche oggi) a ogni primo del mese. Le riforme
al calendario giuliano furono completate sotto Augusto che lo rimise in ordine dopo le guerre
civili.
Ancora più limitato lo ientaculum di Plinio il Vecchio (cibum levem et facilem) a cui seguiva
una merenda per prandium (deinde gustabat) il tutto senza apparecchiare (sine mensa) e senza
doversi lavare le mani (post quod non sunt lavandae manus).
Il termine “bisestile” deriva dal fatto che il giorno in più veniva inserito il sesto giorno
prima delle calende di Marzo, cioè tra il 24 e il 25 Febbraio - contando anche i giorni di
inizio e fine: 24-25-26-27-28-1 -, perciò questo giorno, non avendo un posto nella numerazione
progressiva, era una ripetizione del giorno precedente (24): bis sexto die e da qui si ha
l'”anno bisestile”.
Forse solo nel Medioevo, quando si cominciarono a contare i giorni del mese partendo dal primo,
si aggiunse il giorno dopo il 28 Febbraio e quindi nell'anno bisestile questo mese aveva 29
giorni.
Rimane ancora una differenza di soli 11 minuti e 14 secondi, che però si faranno sentire nel
corso dei secoli. Questo calendario, infatti, rimase in vigore fino al XVI secolo.
Il calendario entrò in vigore il 45 a.C. e questo fu il primo anno bisestile.
Per ovviare agli errori accumulati in precedenza, in quell'anno furono aggiunti all'anno
precedente un mese di 33 giorni e uno di 34 tra Novembre e Dicembre, così il 46 a.C. durò ben
445 giorni divisi in quindici mesi, compreso quello intercalare che, secondo la vecchia norma,
era caduto in quell'anno (ultimus annus confusionis).
Così Censorino (seconda metà del III secolo) descrive la riforma:
«La confusione fu infine tale
che Cesare, il Pontifex Maximus, nel suo terzo consolato, con Lepido come collega, inserì
due
mesi intercalari di 67 giorni tra Novembre e Dicembre, avendo già avuto in Febbraio
un'intercalazione di 23 giorni, e così fece l'intero anno composto di 445 giorni. Nello
stesso
tempo prevenne la ripetizione di errori simili rinunciando al mese intercalare e adattando
l'anno al corso solare. Per far ciò, ai 355 giorni dell'anno precedente, aggiunse dieci
giorni,
che distribuì tra i sette mesi che avevano 29 giorni, in modo che Gennaio, sestile e
Dicembre ne
ricevessero due ciascuno, e gli altri solo uno; e pose questi giorni aggiuntivi alla fine di
ogni mese, senza dubbio col desiderio di non spostare le varie feste da quelle posizioni in
ciascuno dei mesi che tanto a lungo avevano occupato. Così, nell'attuale calendario, sebbene
vi
siano sette mesi di 31 giorni, i quattro mesi che originariamente avevano quel numero sono
ancora distinguibili avendo le nona il quinto giorno del mese. Infine, in considerazione del
quarto giorno che riteneva concluso l'anno, stabilì la regola che, alla fine di ogni quattro
anni, si inserisse un solo giorno dove era stato precedentemente inserito il mese, cioè
subito
dopo i Terminalia; quel giorno è ora chiamato bisextum» (De die natali 238 d.C.).
Inizialmente l'indicazione dell'anno bisestile rimaneva nell'arbitrarietà dei Pontefici, come
era successo per il mese intercalare del precedente calendario, perpetuando la confusione, anche
perché veniva inserito ogni 3 anni e non ogni 4, come prevedeva la riforma.
Gaio Giulio Cesare Augusto (Ottaviano) (63 a.C. - 14 d.C.) nell'8 a.C. ristabilì la corretta
applicazione del calendario giuliano, aggiungendo il giorno bisestile ogni 4 anni e, per
rimediare agli errori, che avevano già prodotto uno sfasamento di 3 giorni, sospese
l'applicazione del bisestile per 12 anni. Solo dall'anno 8 d.C. si ebbe il primo vero anno
bisestile.
L'inizio dell'anno è definitivamente fissato all'1 Gennaio e il mese intercalare fu eliminato.
I nomi e il numero dei mesi sono gli stessi del precedente calendario, ma con due novità.
Il mese Quintilis, su decisione del senato, nel 44 a.C. è diventato Iulius, in onore del console
Giulio Cesare, nato in quel periodo dell'anno.
Il mese Sextilis fu chiamato Augustus nel 8 a.C. in onore dello stesso Augusto in quanto
quest'ultimo durante questo mese era divenuto per la prima volta console e aveva ottenuto grandi
vittorie e, per non renderlo meno importante di Iulius, fu portato a 31 giorni togliendo un
giorno a Febbraio, invertendo la durata degli ultimi quattro mesi per non avere tre mesi
consecutivi di 31 giorni. Questa almeno è l'ipotesi del matematico e astronomo inglese Giovanni
Sacrobosco (c. 1195 - 1256), secondo il quale i mesi avevano alternativamente 30 e 31 giorni
(vedi tabella sotto), tranne Febbraio che era di 29 giorni. Tale ipotesi è oggi contestata e si
pensa che i mesi avessero una distribuzione dei giorni uguale a quella attuale.